Museo Etnopreistoria del CAI di Napoli "Alfonso Piciocchi"

Museo sulla preistoria in Campania e sulla civiltà pastorale, contadina, montana nel Mezzogiorno

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Home Etnografia Transumanza Guida al Museo Etnografico - Pagina 6

Guida al Museo Etnografico - Pagina 6

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Indice
Guida al Museo Etnografico
Introduzione
Categorie Interpretative
Indicazioni Orientative
Il lavoro agricolo
Il lavoro pastorale
Il lavoro domestico e artigianale
La cura di asini, muli e cavalli
Le unità di misura
La cultura
Bibliografia
Tutte le pagine

 

 

Il lavoro domestico ed artigianale

Un complemento indispensabile delle attività agricole e pastorali é il lavoro, oscuro e ritenuto a torto meno importante, svolto tra le mura domestiche spesso dalle donne, ma anche dai ragazzi ancora non in età per lavorare a pieno titolo con gli adulti nei campi o in montagna.

Queste attività avevano lo scopo principale di fornire al nucleo familiare i materiali di cui aveva bisogno, più raramente procuravano alla famiglia un reddito aggiuntivo.

La più classica di queste attività é la filatura e tessitura, di fibre animali, quasi esclusivamente lana di pecora, ma anche di fibre vegetali quali canapa cotone, lino e ginestra.

Accanto a queste attività, diffuse in modo abbastanza uniforme, esistono anche, con evidenti tipologie regionali, attività di vero e proprio artigianato anche se condotte a livello domestico o familiare, si tratta in sostanza di cucito e ricamo, di lavorazione e conservazione per usi extrafamiliari dei prodotti della terra o della stalla, di lavorazioni del legno o di altre materie prime per confezionare oggetti d'uso a larga diffusione.

Il museo del CAI copre con sufficiente dettaglio anche questa tipologia di lavoro ed espone esempi di fusi di varie epoche tra cui un esempio probabilmente altomedievale, arcolai, cassepanche, un tombolo, varie stoffe prodotte artigianalmente.

Filatura e tessitura

Sin dalle epoche più remote l'uomo ha cercato di salvaguardarsi dalle intemperie imitando gli animali che erano provvisti naturalmente di adeguate naturali protezioni.

Dapprima probabilmente ha utilizzato tal quale pelli di animali adattandole solo per forma, successivamente si sono trovate tecniche più perfezionate per migliorarne le caratteristiche con la concia e per utilizzarne solo le parti fibrose riducendole a filo da usare intrecciato in vario modo.

Queste attività da sempre sono tipicamente riservate alle donne di casa e fatte soprattutto nei periodi invernali, allorquando le attività agricole non richiedevano grandi impegni lavorativi.

Si trattava di trasformare la fibra, come si trova in natura, dapprima in filato e poi in tessuto o in indumenti.

Le fibre grezze utilizzate erano soprattutto lana e seta, di origine animale, e lino, cotone, canapa, ginestra, di origine vegetale.

Che le tecniche di filatura e tessitura siano molto antiche é dimostrato ampiamente dal fatto che il fuso é presente costantemente in quasi tutti i corredi funerari femminili di tutte le epoche[5] e dal fatto che sono abbastanza frequenti i ritrovamenti, in villaggi, anche di epoche piuttosto remote, di pesi da telaio[6].

Si può però affermare che la tessitura invece ha origini relativamente più recenti, la invenzione del telaio 137 probabilmente origina solo in popolazioni non più nomadi.

La lana: é stata certamente una delle materie più usate e da maggior tempo per la produzione di vestiario.

Si presta molto bene perché non richiede complicate lavorazioni preliminari per essere ridotta in fibra e perché proviene da animali che danno contemporaneamente lana, carne e latte.

Il cotone, il lino la canapa, la ginestra: si tratta di vegetali che producono fibre tessili più o meno pregiate adoperate per vestiario e per vari usi domestici.

Tutte richiedono lavorazioni più o meno complicate per ottenere la fibra da filare e poi tessere.

  • La fibra di cotone viene ricavata per cardatura dalla fitta peluria bianca che avvolge i semi della pianta del cotone,
  • le fibre di canapa, di lino e di ginestra si ottengono dal fusto legnoso delle piante omonime mediante
    • una lunga macerazione in acqua,
    • un processo di rottura degli steli con un utensile apposito
    • ed una operazione di cardatura finale.

Esistevano nell'Italia meridionale sino a non molti anni fa zone vocate alla coltivazione di canapa e lino.

Oggi la importazione di prodotto più economico dall'estero ha fatto perdere queste attività, le tecnologie e le conoscenze correlate.

Esistono ancora, specie in provincia di Reggio Calabria delle zone in cui si lavora ancora, pre­valentemente per la produzione di coperte e tappeti, la ginestra.

Nel museo alcune aree, nella sala Barracco, sono dedicate alla proposizione di tecniche ed utensili impiegati nelle aree meridionali per la filatura di tessuti di lino e per l'impiego della lana per filati e tal quale per le imbottiture.

Sono esposti alcuni steli disseccati di lino, il cardo a mano, necessario per la estrazione della fibra dallo stelo, alcuni fusi relativamente moderni, di legno con puntalino in ferro.

Nella sezione preistorica sono visibili alcune rondelle da fuso in terracotta ed una, particolarmente pregiata in avorio incisa e decorata sulla sua faccia superiore.

La produzione del pane

La produzione casalinga del pane era essenziale in una famiglia rurale, in parte per motivi economici ed in parte perché era orgoglio della massaia produrre, una volta a settimana o a quindicina, dell'ottimo pane da poter anche esibire con fierezza.

Gli strumenti per questa attività sono presenti tutti nel corridoio della sala Barracco, nell'angolo immediatamente a destra di chi entra troviamo gli stacci o`crive' e le `sete', i primi servivano per separare dal grano le impurità, le sete invece servivano per separare la farina dalla crusca, quest'ultima era destinata alla alimenta­zione degli animali.

Uno strumento circolare, a forma di tamburello, serviva per misurare il grano, prima di macinarlo, e la farina per poterla dosare in funzione del quantitativo di pane da produrre.

Nell'angolo in fondo ed a destra di chi entra troviamo due madie o 'fazzadore', gli arnesi di legno ove si impastava il pane e che servivano pure per trasportare al forno il pane appena impastato e poi a casa dopo la cottura.

Nello stesso angolo una pala in legno che serviva per mettere e togliere il pane dal forno.

Le catene da camino

Servivano per sospendere, al di sopra del focolare-camino, pentole di varia misura usate per produrre acqua calda, per cucinare, per fare formaggi.

La catena da camino, arredamento indispensabile per ogni cucina, era personalizzata con la casa, con la altezza della bocca di camino ed in funzione dei gusti del committente.

Più che un oggetto d'uso era un oggetto d'arredo, aveva vari anelli e ganci di sospensione per adattarla alle dimensioni delle pentole usate.

Vari autori citano l'uso ricorrente della catena come oggetto magico che, al contatto continuo con la fiamma, acquisiva, nella ideologia popolare, la virtù di allontanare dalla casa fuoco e fulmini.

Il museo, nella sala Barracco e nell'adiacente corridoio, ne espone una decina, tutte diverse ed interessanti, in alcuni casi alla catena, a maggior somiglianza con la realtà, é sospeso il `caccavo'.

La illuminazione

Per poter continuare a svolgere le sue attività, lavorative e non, anche nei luoghi e nelle ore in cui non era disponibile la luce naturale del sole o quella meno intensa ma altrettanto utile della luna, l'uomo ha trovato varie metodologie di illuminazione artificiale, tutte basate sulla combustione controllata di vari prodotti, oli, grassi, legna, cera, e, più recentemente petrolio, acetilene, ecc.

Solo con la ampia diffusione della energia elettrica che si é avuta dagli anni `50 in poi, la illuminazione con lampade elettriche di vario tipo ha definitivamente messo da parte questi sistemi di far luce nelle case e nelle vie.

Sono diventati quindi di colpo oggetti da conservare a futuro ricordo lucerne ad olio, lampade a petrolio, vari tipi di bugie per candele di cera e le pur recentissime lampade ad acetilene.

Le lucerne ad olio e petrolio

Le primitive lucerne erano alimentate da olio d'oliva o da grassi animali di scarto, la loro forma, a parte motivi esclusivamente estetici o di arredo, variò di poco dall'epoca greca e romana sino a quando, con l'introduzione come combustibile del petrolio si dovette ricorrere a versioni più sofisticate.

Infatti il petrolio é molto fluido, volatile ed estremamente infiammabile pertanto richiede di essere contenuto in recipienti ermeticamente chiusi per evitare evaporazioni o versamenti accidentali, i lumi a petrolio quindi dovevano avere il serbatoio a buona tenuta e con uno stretto cilindretto di supporto al lucignolo, infine poiché quest'ultimo non poteva essere manovrato con le mani, occorreva anche un dispositivo di sollevamento per compensarne il progressivo consumo.

Nacquero così i primi lumi a petrolio in seguito sempre più sofisticati tecnologicamente e talvolta anche artisticamente decorati.

Il museo espone molti esempi di apparecchi di illuminazione, accanto ad esempi di lucema ad olio di epoca romana ci sono più recenti lumi a petrolio per illuminazione casalinga, per segnaletica notturna di carrozze, per eseguire lavori in locali bui come le cantine.

Le lampade a carburo

Un'altra grande innovazione nel campo della illuminazione, specie di quella di ampi spazi fu ottenuta dalla scoperta della possibilità di ottenere dal carburo, bisognerebbe dire più completamente carburo di calcio, del gas illuminante, l'acetilene.

Il carburo di calcio é un composto grigio, duro, ha l'aspetto di piccoli sassi di forma irregolare, é prodotto in forni elettrici utilizzando come materie prime la calce viva ed il carbone, bagnato con acqua produce acetilene.

Questa é un idrocarburo gassoso, incolore, bruciando produce una fiamma molto viva ed una luce chiara ed intensa.

Le lampade a carburo richiedono, più di quelle a petrolio, l'impiego di tecnologia spinta,

  • i serbatoi di acqua e di carburo devono essere a perfetta tenuta,
  • l'acqua che bagna il carburo deve essere dosata con precisione e deve essere autoregolata per avere una fiamma costante.

Queste lampade, di cui il museo espone qualche esempio, erano impiegate per la illuminazione di aie, spazi per lavori notturni, per la illuminazione di insegne di negozi, per interni di locali pubblici e per tutti quegli impieghi che richiedevano elevati e costanti livelli di illuminazione.



Ultimo aggiornamento Sabato 28 Luglio 2012 20:09