Guida al Museo Etnografico

Sabato 28 Luglio 2012 19:48 Simone Merola
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GUIDA AL MUSEO ETNOGRAFICO
a cura di F.S. Barbato
Museografia della cultura materiale

Già dalla metà del secolo scorso la storia dell'uomo lavoratore ed il suo rapporto con il territorio sono motivo d'interesse e di studio nei numerosi `musei dell'agricoltura sorti pressoché in tutto il mondo.

In particolare la museografia agricola europea ha una sua lunga tradizione.

Già verso la fine del XIX secolo in Cecoslovacchia venne realizzato uno dei primi grandi musei dell'agricoltura e in Svezia venne inaugurato il primo museo `a cielo aperto, cioè un insieme di fattorie, di mulini, di segherie, che sancì il passaggio dalla museografia intesa come semplice collezione, più o meno organizzata, di oggetti a quella che facendosi più rispettosa del contesto ambientale si preoccupava di salvaguardare e documentare tecnologie, culture, idee, architetture e interi ambienti.

In Ungheria, sempre sul finire del secolo scorso ed in occasione del millenario di fondazione della nazione magiara, nacque uno dei più grandi musei dell'agricoltura del mondo, più volte preso a modello anche da altri paesi.

Anche in Italia, a partire dalla seconda metà del secolo scorso si è avuto un certo sviluppo della museografia `popolare' o`demologica' grazie agli interessi di singoli intellettuali mossi da idee positiviste ed illuministe che, occasionalmente, o per motivi professionali, avevano avuto contatti con il diverso da sé, con il pittoresco, con il curioso.

Medici, avvocati e professori che frequentavano molte persone di condizione sociale diversa dalla loro e che acquisivano conoscenza di una cultura portatrice di altri valori sentivano il bisogno di divulgare queste loro conoscenze, magari descrivendole, in contrapposizione con quelle derivate dalla loro cultura, per definizione civile ed evoluta, come 'sopravvivenze di un mondo primitivo', `errori popolari', `superstizioni', `credenze magiche', `sistemi di vita primitivi', ecc. e sentivano anche il bisogno di raccogliere e portare nella loro cultura oggetti provenienti da quella delle classi povere, rurali o pastorali.

Di solito a quest'epoca, almeno per quanto riguarda il nostro paese, appartengono nutrite collezioni monotematiche che però non rispecchiano la globalità degli interessi etnologici.

Talvolta queste, che erano solo premesse museografiche, hanno trovato ampliamenti e sistemazioni teoriche valide solo nel secolo successivo, grazie anche al progredire degli studi etnoantropologici ed al parallelo perfezionarsi delle tecniche museografiche ed espositive.

Talvolta queste collezioni sono entrate a far parte, caratterizzandole in maniera determinante, di più ampie esposizioni museali.

Solo in anni recenti, in gran parte a seguito di quel vasto fervore culturale che si é avuto a partire dai primi anni '50 e che ha interessato anche le problematiche della cosiddetta `civiltà contadina', si è sviluppata nel nostro paese, una fitta rete di musei, generalmente piccoli e medi, di origine prevalentemente volontaristica, spesso motivati anche da una sin troppo trasparente venatura nostalgica.

Gran parte di questi musei rappresentavano una risposta reattiva al massiccio processo di industrializzazione e di concentrazione urbana successivo all'ultima guerra mondiale ed un tentativo di non abbandonare totalmente le comuni memorie contadine specie in momenti in cui si manifestavano già i primi sintomi di crisi sia della industrializzazione che dell'urbanesimo[1] .

Non molti di questi musei sono riusciti a superare la fase della semplice accumulazione occasionale e più o meno ordinata di oggetti per entrare in quella più nobile di museografia scientifica e sorretta da una solida metodologia di ricerca, espositiva e documentaria.

Pochi, infine, hanno avuto la fortuna-sfortuna di essere istituzionalizzati.

Molti hanno avuto un arco di vita sin troppo breve.

Spesso ingiustamente ignorati dalla cultura accademica, vedono oggi affidata la loro sopravvivenza alla buona volontà ed all'impegno costante di poche persone o a sinergismi locali con situazioni che nulla hanno a che vedere con il loro messaggio istituzionale.


 

 

Categorie interpretative

Il materiale inserito in maniera ordinata in un museo, non solo etnologico, deve essere inquadrato, per linearità di interpretazione e di presentazione e non solo per mere esigenze classificatorie, in categorie omogenee.

Non necessariamente però le categorie interpretative predisposte da chi ha organizzato la esposizione museale devono essere considerate uniche ed esaustive chiavi di lettura del materiale esposto, anzi sul corpo completo del materiale esistente possono incrociarsi più sistemi con­temporanei di lettura anche se la esposizione necessariamente deve rifarsi ad una ed una sola tipologia di classificazione.

Tra le categorie cognitive ed interpretative possibili quelle che meglio inquadrano la tipologia della documentazione di un museo etnologico, anche alla luce delle più recenti acquisizioni etnografiche, sono:

Aspetti ideali della cultura: cioè la rappresentazione che una cultura[2] fa di se stessa attraverso le forme condivise del sapere ad esempio con i canti, le novelle, la religione e la magia, la medicina, la filosofia, ecc.

Aspetti materiali della cultura: cioè il materializzarsi della cultura nel sapere tecnologico comprendendo in questo l'artigianato, le tecniche agricolo-pastorali, la architettura, i lavori domestici ecc..

Aspetti sociali della cultura: cioè l'insieme delle norme e dei criteri condivisi che regolano i momenti relazionali e collettivi ad esempio il momento festivo sia pubblico che privato, le regole di buon vicinato, la normativa consuetudinaria-giuridica, ecc.

Queste tre grandi categorie, talvolta per brevità chiamate semplicemente cultura ideale, sociale e materiale, non sono mutuamente esclusive ma vanno intese come insiemi parzialmente sovrapponentisi.

Sullo stesso oggetto infatti possono leggersi certamente dati riferibili a ciascuna di esse.

Il collare intagliato certamente riferisce del sapere tecnologico, ma anche del sapere magico - religioso, ed é anche portatore di normative estetico - sociali.

In ognuna di queste tre grandi categorie interpretative ed anche attraverso di esse si possono individuare aree interpretative più di dettaglio o semplicemente più specifiche ed altrettanto produttive per una intelligente proposizione museografica.

I criteri di classificazione possano essere molteplici, ma il criterio espositivo dei materiali-documento deve essere uno ed uno solo, almeno per la esposizione fisica[3], e deve essere quello che permette la migliore presentazione degli aspetti principali che si vogliono documentare. Occorre quindi, nella presentazione, effettuare una scelta che necessariamente sarà per alcuni aspetti premiante e in altri risulterà limitante.


 

 

Indicazioni orientative

Il museo, per comodità espositiva e per utilizzare al meglio gli spazi disponibili, é articolato in una zona, composta da tre sale a destra dell'ingresso principale, dedicata a manufatti di epoche remote ed in una zona, a sinistra di chi entra, strutturata su due sale ed un corridoio dedicate prevalentemente alle culture sviluppatesi in epoche prossime alla nostra.

Le sale non sono monotematiche ma spesso in ognuna coesistono, soprattutto per 127 motivi di spazio ma anche per comodità di presentazione, più argomenti espositivi.

In linea di massima però si può dire che al museo si può leggere una cronologia storica iniziando dalle sale alla destra di chi entra, si possono invece avere indicazioni su argomenti abbastanza più specifici in ciascuna.

La esposizione si avvale prevalentemente di manufatti originali raggruppati per omogeneità storica e geografica, ma utilizza anche di ricostruzioni in scala di oggetti e ambienti, sezioni topografiche, immagini fotografiche e disegni.


 

 

Il lavoro pastorale

Il pastore dell'Appennino centro - meridionale, alla pari forse di quelli di altre zone montane, é stato da secoli caratterizzato da una vita spesso nomade o comunque condotta lontano dagli affetti familiari e parentali e lontano anche da luoghi ove reperire le cose più elementari per la sua esistenza, una vita vissuta quindi nella necessità di conseguire una piena autonomia funzionale.

Il pastore é stato da sempre

É di solito una figura fuori da ogni epoca, una figura aldilà della storia, privo di relazioni sociali con la gente dei paesi tranne che per il suo nucleo familiare e per i parenti stretti, un solitario, un autoemarginato, un uomo che ha per destino il continuo camminare.

Non ha estati ma sempre inverni.

Va al mare quando gli altri vanno a sciare in montagna ed in montagna quando gran parte della gente comune va al mare.

É sempre vestito di pelle o di lana, é oggetto di sarcasmi da parte dei residenti, sembra un uomo di altra età di altra epoca e capitato solo per caso tra gli altri uomini.

É stato da sempre preparato a realizzare orgogliosamente da se pressoché tutti gli oggetti che gli servivano nella sua esistenza nomade, domestica e nel suo lavoro, oggetti che lo avrebbero accompagnato nella vita, ma che servivano anche per un piccolo baratto nei centri abitati attraversati.

Al proprio orgoglio di manufattore associava ovviamente la necessità di dover provvedere in proprio a qualsivoglia esigenza, per la assoluta mancanza di alternative determinate in parte dalle non floride condizioni economiche ed in parte dalla lontananza dai centri di produzione e distribuzione di manufatti prodotti da altri.

La indipendenza funzionale del pastore era assolutamente necessaria nei casi di pastorizia transumante ma lo era anche nel casi di piccoli allevamenti che, pur non essendo transumanti erano comunque tenuti lontano dai centri abitati, nelle zone cosiddette marginali, cioè quelle per cui non risultava conveniente la coltivazione agricola ma, essendo terreni poveri, sassosi o troppo lontani dalle residenze contadine e bracciantili, conveniva la loro destinazione a pascolo.

Proprio per sopperire a queste necessità gli oggetti cui ci si riferisce hanno spesso caratteristiche uniche che, sapientemente lette, ci possono riferire della vita di intere generazioni di pastori. Oggetti significativi di questa attività di artigiano sono soprattutto quelli legati alla primaria funzione di allevatore, poi quelli necessari per la trasformazione del latte, infine quelli legati all'impiego operoso del tempo libero.

Sistemazione degli oggetti riferibili alle culture pastorali

Fra gli oggetti strettamente connessi alla attività di allevatore il museo espone, sopratutto nella sala Barracco, una vasta gamma di collari per ovini e per bovini, talvolta semplici, strettamente ligi alla funzione svolta, talvolta riccamente intagliati con figure sia semplicemente decorative sia magico-rituali, troviamo anche attrezzature per la tosa e per la mungitura degli animali, ed attrezzi per la identificazione delle greggi.

Accanto a questi manufatti testimoniano la attività pastorale anche oggetti di uso domestico in legno intagliato o in metallo, recipienti in vimini o altri vegetali simili e destinati a contenere formaggi teneri durante le prime fasi di produzione.

Testimonianze infine delle attività pastorali sono anche i capi di abbigliamento e 129 le calzature. Oggetti questi che rispecchiano la necessità di ripararsi dalle possibili offese determinate dagli elementi naturali quali freddo, intemperie, piante spinose.

La materia prima per questi manufatti autoprodotti era fornita esclusivamente dalla natura circostante quindi legno[4], pellame grezzo e non conciato, fibre vegetali ed animali, raramente cuoio in fogli acquistato o barattato, ecc. Solo in anni molto vicini a noi nelle attrezzature del pastore sono comparsi oggetti di produzione industriale in vetro, alluminio, lamiera zincata o in materie plastiche.

É interessante notare, nelle decorazioni degli oggetti esposti una significativa continuità stilistica tra le decorazioni delle epoche preistoriche e quelli esposti nella sala Barracco e risalenti al massimo al secolo scorso.

Abbigliamento

'abbigliamento tipico del pastore era modulato in funzione delle necessità che si potevano incontrare nella vita vagabonda che doveva affrontare, poche erano le diffe­renze tra il periodo estivo e quello invernale, tra il pascolo in montagna e quello al piano.

Sostanzialmente era costituito da:

Utensileria

Attrezzatura di lavoro

I collari e i campanacci

Di notevole rilievo é la ampia collezione di collari e di campanacci per animali di varia taglia presenti nell'angolo a sinistra ed in fondo alla sala Barracco.

Vi sono rappresentate varie tecnologie provenienti da diverse aree geografiche. Sono da notare almeno tre diverse tecniche di chiusura del collare, con doppio inca­stro sporgente verso l'esterno, con incastro a completa scomparsa, con chiusura mediante chiavetta di legno o bulloncino metallico.

Analogamente per i campanacci ne esistono alcuni in bronzo fuso, altri ricavati da foglio di lamiera di ottone, qualcuno completamente in legno e qualcuno in ferro. Alcuni di essi mostrano le tracce di numerose riparazioni, artigianali o fatte da mano esperta.

Utensili per il tempo diverso da quello lavorativo

I cicli del lavoro pastorale

Il lavoro non industriale, sia esso agricolo che pastorale, ha tempi propri che seguono i ritmi naturali, l'evolvere delle stagioni, le ore di luce dei vari periodi dell'anno, i cicli meteorologici anche se pluriannuali ecc. Il lavoro pastorale in parti­colare é legato ad una triplice ciclicità che ne determina in maniera univoca i tempi.

Una prima ciclicità é legata all'evolvere delle stagioni meteorologiche, esistono infatti periodi dell'anno in cui il pascolo é abbondante e buono in località montane ed altri periodi in cui la montagna non offre buona ospitalità agli animali né sotto l'aspetto climatico né sotto il profilo alimentare, il pastore da sempre sa che occorre sfruttare le località montane e quelle padane con due spostamenti nel corso dell'anno solare.

Spesso questi trasferimenti sono a breve raggio, qualche decina di chilometri, talvolta invece sono delle vere e proprie migrazioni di qualche centinaio di chilometri come quelle tradizionali che si svolgevano sino all'inizio di questo secolo dai monti abruzzesi alle piane laziali e pugliesi, o dalle montagne calabro - lucane alla piana metapontina o alla valle del fiume Crati in Calabria.

Un'altra ciclicità é determinata dalle fasi vitali degli animali, durante l'arco dell'anno esistono periodi, non sempre uniformi e prevedibili, in cui gli animali prolificano, producono latte, hanno bisogno di essere tosati, altri in cui vanno avviati al consumo della carne, il pastore deve osservare con sufficiente precisione, spesso deve precedere, queste ciclicità in modo da cogliere sempre il momento opportuno per ognuna di queste operazioni

Infine il pastore é condizionato anche dalla durata della luce solare, in località montane, non fornite di luce artificiale, le giornate invernali sono corte con talora meno di sette ore di luce al giorno, le giornate estive invece sono lunghe, in alcuni mesi con anche quindici ore di luce al giorno.

La giornata del pastore sia esso impegnato nelle vere e proprie attività lavorative o in quelle collaterali si deve adeguare alla durata della luce solare, lavorerà quindi di più in estate e meno in inverno.

Il latte e i suoi derivati

Il latte é un prodotto a brevissima conservazione, già subito dopo la mungitura inizia l'opera di specifici microrganismi, i fermenti lattici, che, attivando una serie di reazioni chimiche, lo rendono acido e non più utilizzabile in poche ore.

L'opera di fermentazione del latte é rallentata a temperature basse ma, in epoche e località ove non esistono sistemi di refrigerazione efficienti, deve quindi essere consumato in giornata o trasformato rapidamente nei suoi derivati che hanno un tempo di conservazione decisamente più lungo.

Nei casi in cui l'allevamento era vicino ad un paese una parte del latte veniva consegnato, a cura dell'allevatore, a chi lo aveva richiesto, la consegna avveniva, in tempi recenti, con bidoncini di alluminio a chiusura ermetica, `lu sicchiette', i bidoncini erano anche utilizzati come strumento di misura perché esistevano nelle dimensioni da un quarto di litro sino ai cinque litri.

Il latte che non era stato distribuito veniva trasformato in ricotta, burro e formaggio, riscaldandolo sino ai 40-50 gradi in grossi calderoni, `i caccavi', ed aggiungendo il `caglio'.

Il caglio é un prodotto che si trova localizzato nello stomaco degli animali lattanti e contiene un enzima in grado di determinare la coagulazione della caseina che é la più importante delle proteine del latte e che é necessaria per ogni trasformazione del latte nei suoi derivati, formaggi o ricotte.

L'effetto di coagulazione della caseina si poteva ottenere anche mediante l'uso di alcune piante o erbe, oggi é molto diffuso l'uso di caglio sintetico.

Il latte riscaldato e sottoposto alla azione del caglio si separa in due componenti, la cagliata, che é una massa solida, e il siero che é liquido.

La parte solida, separata dal siero con vari sistemi, salata e messa nelle forme di vimini o di plastica costituisce il formaggio che va poi stagionato e sottoposto ad eventuali trattamenti di affumicatura o di ricopertura con prodotti che lo isolano dall'aria ambiente.

Nell'angolo in fondo a destra della sala Barracco sono raggruppati quasi tutti gli utensili che servivano per l'utilizzo del latte e per la produzione dei suoi derivati.

Troviamo i secchi necessari per la mungitura, i bidoncini per la consegna a domicilio, due `caccavi' i`menatori' per i caccavi, i recipienti di vimini per la ricotta e per i formaggi secchi.

Di particolare rilievo in questo angolo é un regolo ligneo con trenta suddivisioni corrispondenti ai litri e mezzi litri.

Il regolo serviva per misurare il latte nel secchio di mungitura, poiché questo non é cilindrico ma troncoconico, il regolo deve essere tarato con una legge esponenziale, la cosa é stata fatta ovviamente per via sperimentale.


 

 

Il lavoro agricolo

Pur appartenendo alla stessa base culturale del lavoro pastorale, il lavoro agricolo si differenzia da questo in diversi aspetti, il primo e decisamente il più condizionante é la notevole stabilità residenziale del principale attore, il contadino.

Questi di solito nasce, vive e muore in un ristretto ambito geografico, anche se non é proprietario ma solo coltivatore.

Il contadino quindi approfondisce maggiormente il rapporto con la propria casa, con la propria terra, e in genere con proprio territorio.

Proprio per questa sua relativa stabilità, può e deve permettersi di incrementare la produttività del terreno, degli alberi e di tutte le risorse a sua disposizione.

Trasforma la intera sua famiglia in una microazienda in cui ognuno fa qualcosa nell'interesse collettivo.

Il mondo contadino tuttavia aveva orizzonti geografici e culturali molto ristretti, il paese, la frazione, la casa, la piazza, la chiesa.

Si nasceva, ci si sposava e si moriva all'ombra della casa.

Lo spazio antropico contadino conteneva in sé tutti i riferimenti tradizionali di un universo simbolico che nella sua limitata spazialità trovava i motivi di origine e permanenza.

Le tappe fondamentali del ciclo della vita contadina, l'incedere delle stagioni, erano scanditi da ritualità tradizionali che oggi si presentano senza il significato originario e talvolta incomprensibili perché prive del loro motivo d'essere.

Lo spazio conosciuto forniva rassicurazioni emotive durante le delicate fasi di passaggio ma non forniva alcun conforto materiale.

Nei paesi e, maggiormente, nelle frazioni tutti conoscevano tutto di tutti, il controllo sociale era serrato, il rispetto delle regole empiriche di vita assoluto.

Le uniche certezze per riuscire a superare le difficoltà della vita quotidiana stavano nel rispetto delle norme e degli schemi di vita molto precisi, riconosciuti nel loro aspetto esteriore e riprodotti e riproposti all'infinito, nella convinzione, quanto mai empirica, che proprio dentro di essi fosse il magico segreto della sopravvivenza.

La stessa incrollabile solidarietà contadina non sempre era disinteressata, molto spesso era frutto di un precario equilibrio, dettato certamente da negative esperienze, dell'oggi a te domani, forse, a me.

Il calendario agricolo

L'organizzazione del tempo agricolo ha questo carattere particolare rispetto a quello dei centri industriali ed urbani: le sue attività non sono costanti e ripetitive lungo tutto l'arco dell'anno, sono invece ritmate dalle stagioni e dai cicli vegetativi, sono suddivise in una serie di operazioni diverse, ognuna nettamente delimitata nel tempo.

Le principali articolazioni del calendario agricolo sono da considerare come delle cerniere fra ciascuna di queste operazioni.

Spesso sono contrassegnate da brevi periodi di respiro che assumono la forma, nel rituale rurale, di feste il cui carattere sacro é oggi di molto attenuato, ma che tuttora permangono come mercati, fiere, feste locali più o meno alterate nelle loro connotazioni originarie.

La stessa data di inizio del calendario agricolo non è la stessa in tutte le zone rurali e non coincide con la data ufficiale del 1 gennaio, convenzionalmente data di partenza dell'anno civile.

L'annata agricola termina ed inizia con la fine del raccolto principale e con l'inizio delle lavorazioni per giungere al prossimo raccolto, nelle zone a prevalente vocazione cerealicola pertanto l'annata agraria inizia e termina a fine agosto o in settembre, nelle zone a colture miste tradizionalmente l'annata agricola inizia e termina in autunno inoltrato.

L'aratro

L'aratro, strumento base delle colture cerealicole (frumento, miglio, segala, farro, panico, orzo), é stato una grande conquista tecnologica perché consente di utilizzare, per dissodare e mettere a coltura i terreni, anziché la sola forza umana, la forza ben più grande degli animali domestici.

La sua scoperta é molto remota e certamente risale ad epoche precedenti a quelle per cui disponiamo di documenti storici.

Il suo perfezionamento é stato continuo e graduale e per molti anni il suo progredire tecnico ha scandito anche il progredire della intera umanità.

Il museo ne propone alcuni esemplari abbastanza significativi.

Al soffitto della sala Croce é sospeso un aratro a chiodo completo di giogo per una coppia di buoi.

Si tratta certamente del manufatto maggiormente rappresentativo della parte etnografica del museo, é un aratro semplice, ricavato da un intero tronco d'albero reperito in natura già a forma e misura, al tronco é stato adattato il vomere, cioè la parte che si conficca nel terreno, ne rompe lo strato superficiale e rovescia la zolla.

Questo é a forma di chiodo appiattito con il solo puntalino metallico, adatto cioè per terreni duri, argillosi e pieni di sassi e radici superficiali.

Il vomere non é fissato rigidamente alla bure, la asta centrale dell'aratro, ma può essere regolato con una inclinazione variabile in funzione del tipo di terreno e della profondità di aratura che si desidera.

Il giogo, anch'esso molto semplice é ricavato da un sol pezzo di legno leggermente sagomato ed é dimensionato per animali di grossa taglia, certamente buoi e non muli o cavalli.

Pur con qualche rischio di inesattezza si può far risalire l'epoca di costruzione alla seconda metà del XVII sec. o all'inizio del XVIII sec. e la zona di provenienza alle colline interne della Campania o Basilicata.

Il modello comunque é quello della 'perticara' medievale, costruita prevalentemente in legno con in ferro solo le parti usurabili, é uno strumento che é stato usato dal basso medioevo sino alla fine dell'ottocento e nei primi decenni del novecento, allorquando furono introdotti aratri completamente in ferro, con e senza ruote.

Un aratro metallico, abbastanza perfezionato é in mostra all'ingresso principale del museo, l'utensile é fatto ancora per il traino animale ma può anche essere collegato rudimentalmente ad una macchina trattrice.

Questo esemplare dispone di regolazioni di profondità di solco, di inclinazione del taglio, di un avanvomere, e rappresenta il top della tecnologia degli anni a cavallo tra questo secolo ed il precedente.

Frammenti di aratro e di erpici di varie epoche sono presenti anche nell'angolo a destra del corridoio nella sala Barracco.

La fine dell'aratro classico, a trazione animale, é iniziata, nelle aree rurali settentrionali, dopo la prima guerra mondiale a seguito della riutilizzazione di automezzi costruiti per usi bellici e che si prestavano bene all'impiego nelle campagne.

Nell'Italia meridionale e comunque diffusamente in tutt'Italia la grande meccanizzazione agricola é avvenuta a partire dagli anni 50.

Il vino

La produzione del vino é di estrema importanza negli ambienti contadini, interi gruppi parentali sono coinvolti nelle varie operazioni colturali, dalla cura della vite fino alla raccolta e pigiatura dei grappoli. La vendemmia è stata da sempre una festa grande come tutte quelle che in ambito contadino si verificavano ad ogni fine raccolto.

Al museo, per motivi di spazio, non ci sono botti, tini, ecc. ma, nell'angolo in fondo a sinistra nel corridoio, sono esposti solo alcuni oggetti significativi delle colture vitivinicole quali i`cacciavino', cioè quei rubinetti di legno che stavano alla base delle botti e che servivano per riempire bottiglie ed altri recipienti più piccoli, il soffietto per irrorare le viti con zolfo e verderame, gli utensili per riparare botti e barili, le damigiane per il trasporto e la vendita di vino.


 

 

Il lavoro domestico ed artigianale

Un complemento indispensabile delle attività agricole e pastorali é il lavoro, oscuro e ritenuto a torto meno importante, svolto tra le mura domestiche spesso dalle donne, ma anche dai ragazzi ancora non in età per lavorare a pieno titolo con gli adulti nei campi o in montagna.

Queste attività avevano lo scopo principale di fornire al nucleo familiare i materiali di cui aveva bisogno, più raramente procuravano alla famiglia un reddito aggiuntivo.

La più classica di queste attività é la filatura e tessitura, di fibre animali, quasi esclusivamente lana di pecora, ma anche di fibre vegetali quali canapa cotone, lino e ginestra.

Accanto a queste attività, diffuse in modo abbastanza uniforme, esistono anche, con evidenti tipologie regionali, attività di vero e proprio artigianato anche se condotte a livello domestico o familiare, si tratta in sostanza di cucito e ricamo, di lavorazione e conservazione per usi extrafamiliari dei prodotti della terra o della stalla, di lavorazioni del legno o di altre materie prime per confezionare oggetti d'uso a larga diffusione.

Il museo del CAI copre con sufficiente dettaglio anche questa tipologia di lavoro ed espone esempi di fusi di varie epoche tra cui un esempio probabilmente altomedievale, arcolai, cassepanche, un tombolo, varie stoffe prodotte artigianalmente.

Filatura e tessitura

Sin dalle epoche più remote l'uomo ha cercato di salvaguardarsi dalle intemperie imitando gli animali che erano provvisti naturalmente di adeguate naturali protezioni.

Dapprima probabilmente ha utilizzato tal quale pelli di animali adattandole solo per forma, successivamente si sono trovate tecniche più perfezionate per migliorarne le caratteristiche con la concia e per utilizzarne solo le parti fibrose riducendole a filo da usare intrecciato in vario modo.

Queste attività da sempre sono tipicamente riservate alle donne di casa e fatte soprattutto nei periodi invernali, allorquando le attività agricole non richiedevano grandi impegni lavorativi.

Si trattava di trasformare la fibra, come si trova in natura, dapprima in filato e poi in tessuto o in indumenti.

Le fibre grezze utilizzate erano soprattutto lana e seta, di origine animale, e lino, cotone, canapa, ginestra, di origine vegetale.

Che le tecniche di filatura e tessitura siano molto antiche é dimostrato ampiamente dal fatto che il fuso é presente costantemente in quasi tutti i corredi funerari femminili di tutte le epoche[5] e dal fatto che sono abbastanza frequenti i ritrovamenti, in villaggi, anche di epoche piuttosto remote, di pesi da telaio[6].

Si può però affermare che la tessitura invece ha origini relativamente più recenti, la invenzione del telaio 137 probabilmente origina solo in popolazioni non più nomadi.

La lana: é stata certamente una delle materie più usate e da maggior tempo per la produzione di vestiario.

Si presta molto bene perché non richiede complicate lavorazioni preliminari per essere ridotta in fibra e perché proviene da animali che danno contemporaneamente lana, carne e latte.

Il cotone, il lino la canapa, la ginestra: si tratta di vegetali che producono fibre tessili più o meno pregiate adoperate per vestiario e per vari usi domestici.

Tutte richiedono lavorazioni più o meno complicate per ottenere la fibra da filare e poi tessere.

Esistevano nell'Italia meridionale sino a non molti anni fa zone vocate alla coltivazione di canapa e lino.

Oggi la importazione di prodotto più economico dall'estero ha fatto perdere queste attività, le tecnologie e le conoscenze correlate.

Esistono ancora, specie in provincia di Reggio Calabria delle zone in cui si lavora ancora, pre­valentemente per la produzione di coperte e tappeti, la ginestra.

Nel museo alcune aree, nella sala Barracco, sono dedicate alla proposizione di tecniche ed utensili impiegati nelle aree meridionali per la filatura di tessuti di lino e per l'impiego della lana per filati e tal quale per le imbottiture.

Sono esposti alcuni steli disseccati di lino, il cardo a mano, necessario per la estrazione della fibra dallo stelo, alcuni fusi relativamente moderni, di legno con puntalino in ferro.

Nella sezione preistorica sono visibili alcune rondelle da fuso in terracotta ed una, particolarmente pregiata in avorio incisa e decorata sulla sua faccia superiore.

La produzione del pane

La produzione casalinga del pane era essenziale in una famiglia rurale, in parte per motivi economici ed in parte perché era orgoglio della massaia produrre, una volta a settimana o a quindicina, dell'ottimo pane da poter anche esibire con fierezza.

Gli strumenti per questa attività sono presenti tutti nel corridoio della sala Barracco, nell'angolo immediatamente a destra di chi entra troviamo gli stacci o`crive' e le `sete', i primi servivano per separare dal grano le impurità, le sete invece servivano per separare la farina dalla crusca, quest'ultima era destinata alla alimenta­zione degli animali.

Uno strumento circolare, a forma di tamburello, serviva per misurare il grano, prima di macinarlo, e la farina per poterla dosare in funzione del quantitativo di pane da produrre.

Nell'angolo in fondo ed a destra di chi entra troviamo due madie o 'fazzadore', gli arnesi di legno ove si impastava il pane e che servivano pure per trasportare al forno il pane appena impastato e poi a casa dopo la cottura.

Nello stesso angolo una pala in legno che serviva per mettere e togliere il pane dal forno.

Le catene da camino

Servivano per sospendere, al di sopra del focolare-camino, pentole di varia misura usate per produrre acqua calda, per cucinare, per fare formaggi.

La catena da camino, arredamento indispensabile per ogni cucina, era personalizzata con la casa, con la altezza della bocca di camino ed in funzione dei gusti del committente.

Più che un oggetto d'uso era un oggetto d'arredo, aveva vari anelli e ganci di sospensione per adattarla alle dimensioni delle pentole usate.

Vari autori citano l'uso ricorrente della catena come oggetto magico che, al contatto continuo con la fiamma, acquisiva, nella ideologia popolare, la virtù di allontanare dalla casa fuoco e fulmini.

Il museo, nella sala Barracco e nell'adiacente corridoio, ne espone una decina, tutte diverse ed interessanti, in alcuni casi alla catena, a maggior somiglianza con la realtà, é sospeso il `caccavo'.

La illuminazione

Per poter continuare a svolgere le sue attività, lavorative e non, anche nei luoghi e nelle ore in cui non era disponibile la luce naturale del sole o quella meno intensa ma altrettanto utile della luna, l'uomo ha trovato varie metodologie di illuminazione artificiale, tutte basate sulla combustione controllata di vari prodotti, oli, grassi, legna, cera, e, più recentemente petrolio, acetilene, ecc.

Solo con la ampia diffusione della energia elettrica che si é avuta dagli anni `50 in poi, la illuminazione con lampade elettriche di vario tipo ha definitivamente messo da parte questi sistemi di far luce nelle case e nelle vie.

Sono diventati quindi di colpo oggetti da conservare a futuro ricordo lucerne ad olio, lampade a petrolio, vari tipi di bugie per candele di cera e le pur recentissime lampade ad acetilene.

Le lucerne ad olio e petrolio

Le primitive lucerne erano alimentate da olio d'oliva o da grassi animali di scarto, la loro forma, a parte motivi esclusivamente estetici o di arredo, variò di poco dall'epoca greca e romana sino a quando, con l'introduzione come combustibile del petrolio si dovette ricorrere a versioni più sofisticate.

Infatti il petrolio é molto fluido, volatile ed estremamente infiammabile pertanto richiede di essere contenuto in recipienti ermeticamente chiusi per evitare evaporazioni o versamenti accidentali, i lumi a petrolio quindi dovevano avere il serbatoio a buona tenuta e con uno stretto cilindretto di supporto al lucignolo, infine poiché quest'ultimo non poteva essere manovrato con le mani, occorreva anche un dispositivo di sollevamento per compensarne il progressivo consumo.

Nacquero così i primi lumi a petrolio in seguito sempre più sofisticati tecnologicamente e talvolta anche artisticamente decorati.

Il museo espone molti esempi di apparecchi di illuminazione, accanto ad esempi di lucema ad olio di epoca romana ci sono più recenti lumi a petrolio per illuminazione casalinga, per segnaletica notturna di carrozze, per eseguire lavori in locali bui come le cantine.

Le lampade a carburo

Un'altra grande innovazione nel campo della illuminazione, specie di quella di ampi spazi fu ottenuta dalla scoperta della possibilità di ottenere dal carburo, bisognerebbe dire più completamente carburo di calcio, del gas illuminante, l'acetilene.

Il carburo di calcio é un composto grigio, duro, ha l'aspetto di piccoli sassi di forma irregolare, é prodotto in forni elettrici utilizzando come materie prime la calce viva ed il carbone, bagnato con acqua produce acetilene.

Questa é un idrocarburo gassoso, incolore, bruciando produce una fiamma molto viva ed una luce chiara ed intensa.

Le lampade a carburo richiedono, più di quelle a petrolio, l'impiego di tecnologia spinta,

Queste lampade, di cui il museo espone qualche esempio, erano impiegate per la illuminazione di aie, spazi per lavori notturni, per la illuminazione di insegne di negozi, per interni di locali pubblici e per tutti quegli impieghi che richiedevano elevati e costanti livelli di illuminazione.


 

 

La cura di asini, muli e cavalli

In epoche in cui non esisteva il motore il trasporto delle cose e delle persone era assicurato solo dagli animali.

Asini e muli per percorsi brevi, nelle campagne e su per le montagne, cavalli per lunghi e veloci percorsi.

L'animale da soma o da sella richiedeva una serie di cure e di attrezzature per le quali esistevano artigiani specializzati, sellai, maniscalchi, stallieri, per le famiglie che avevano una gran quantità di bestie.

Nelle sale Croce, Barracco si trovano basti, some, finimenti, striglie e quanto altro serviva per utilizzare questi animali come cavalcature e come mezzi di trasporto di cose.

È da notare, nel corridoio che si apre nella sala Barracco, in fondo a destra di chi entra, una specie di museruola per asini o muli che serviva ad evitare che l'animale, affamato, mangiasse prodotti pregiati destinati alla alimentazione umana quali il grano.

Nella stessa sala alcuni oggetti da toeletta per muli e cavalli.


 

 

Le unità di misura

Sino ad una cinquantina di anni fa erano ancora in uso in molte zone unità di misura diverse da quelle attuali, incomprensibili e troppo eterogenee per un osservatore moderno, ma logiche e coerenti con la società che le aveva elaborate ed adottate per risolvere sue specifiche esigenze.

Molte delle attività umane erano determinate in maniera univoca da queste misure.

Mobili, abitazioni, utensili, recipienti vari ed altri oggetti erano costruiti tenendo a riferimento le grandezze di misura valide all'epoca nelle singole realtà geografiche.

Talvolta ancora oggi alcuni oggetti di uso quotidiano rispondono più ad unità di misura passate che a quelle imposte da leggi e regolamenti, ad esempio la damigiana, il recipiente di vetro per oli e vini, ha una capacità di 54 litri e non cinquanta come dovrebbe risultare dalla adozione delle unità di misura attuali.

Parliamo di grandezze nate per specifiche esigenze agricole e pastorali e che avevano nessi stretti con gli strumenti a disposizione, il palmo, il passo, la giornata di lavoro umano, ecc.

Le unità elementari di misura avevano relazioni anche con le necessità domestiche, ad esempio una 'catasta' di legna era considerata la quantità necessaria per gli usi annuali di una famiglia media.

I nomi indicavano sempre sia la quantità misurata sia l'oggetto che si usava per misurarla, ad esempio il `barile' era al tempo stesso una quantità ben definita di vino e il contenitore che aveva tale capacità, lo 'staio' era sia una stabilita quantità di grano che il recipiente troncoconico di legno a doghe che, riempito a raso, conteneva esattamente uno staio di grano.

Spesso i nomi delle unità di misura avevano antiche radici storiche, un esempio per tutti: il tomolo, in uso esclusivamente nell'Italia meridionale ed insulare, a lungo occupata dagli arabi, deriva infatti da 'thumn' che, in arabo, significa un ottavo (ovviamente di una misura più grande).

Nel 1861, dopo l'unità d'Italia, venivano adottate ufficialmente le unità di misura stabilite dal sistema metrico decimale e si dichiararono decadute tutte le precedenti, la adozione della metrologia ufficiale tuttavia subì notevoli ritardi, ancora negli anni cinquanta, ad esempio, si stilavano rogiti notarili con la indicazione della superficie agraria in `tomoli' anziché in are.

Qui di seguito, e solo a titolo di esempio, sono riportate alcune delle unità di misura usate nel passato nell'Italia meridionale e le corrispondenze approssimative con le misure attuali.

Superfici:

Tomolo Misura per terreni in uso in tutta l'Italia meridionale, era la quantità di terreno seminabile con un `tomolo' di grano,

Lunghezze:

Braccio           Misura usata per stoffe, cordami, ecc. pari, a Napoli, a circa 70 cm.

 

Canna              In uso pressoché in tutta Italia, valeva 8`palmi', circa 2,11 m

 

Miglio             pari a 1000 `passi', cioè, nel Regno di Napoli, circa 1900 metri.

 

Palmo              unità di misura lineare, talvolta chiamata anche `spanna' e pari a circa 26,5 cm.

 

Passo               Misura di lunghezza pari a 7`palmi' circa 1,8 metri.

 

Capacità:

 

Barile              Unità di misura per liquidi, acqua e vino, pari a circa 44 litri.

 

Catasta            Misura di capacità usata per la legna, era pari al volume contenuto in un parallelepipedo dai lati di circa 16x5x5 `palmi', cioè circa 7 metri cubi.

 

Fiasco              Unità di misura per vino ed olio, era pari ad un ventesimo di `barile', cioè 2,2 litri.

 

Mèta                Misura di capacità per fieno o paglia, equivaleva alla capacità di un cono ideale approssimativamente alto due `canne' e con raggio di circa una canna'.

 

Sacco              Misura per cereali e sfarinati, pari a 3`staia' circa 80 litri.

 

Tomolo            Misura per cereali in uso pressoché in tutta l'Italia meridionale pari a circa 56 litri in Campania, Puglia e Basilicata, valeva circa 17 litri in Sicilia.

 

Peso:

 

Libbra             Misura di peso pari a circa 320 grammi.

 

Oncia              Misura di peso pari a un dodicesimo di `libbra' e pari, nel Regno di Napoli, a circa 26 grammi.

 

Rotolo             Misura per prodotti pregiati, sale, zucchero, ecc., pari a

 

Monete:

 

Carlino            Moneta coniata dapprima da Carlo I d'Angiò, poi dai Borboni, valeva circa un decimo di 'ducato'.

Ducato                        Moneta in vigore nel regno delle due sicilie, valeva circa lire 4,25

 

Grano              Moneta napoletana di rame, fatta coniare per la prima volta da Ferdinando II d'Aragona, era in vigore in tutto il regno delle due Sicilie e valeva

 

Lira                 Moneta in vigore in vari stati, anche nell'Italia Meridionale, aveva il valore convenzionale di una libbra di rame

 

Tarì                  Moneta d'oro o d'argento di valore pari a`carlini' 2 o lire 0,85

 

Tornese           Moneta napoletana che valeva 2 centesimi di lira.


Tempo:

Giornata          Unità di misura del tempo, soprattutto lavorativo, era scandita dall'incedere delle funzioni liturgiche che, a loro volta, erano determinate dal sorgere e tramontare del sole, aveva durata di circa 8 ore d'inverno e circa 12 in estate.


 

 

La cultura ideale

Accanto alla proposizione principale museografica, cioè la rappresentazione della cultura materiale, si possono leggere in ogni oggetto-documento le rappresentazioni della cultura ideale che sta alla base della loro ideazione, realizzazione o decorazione.

Il museo propone anche, in una area dedicata, una visione parallela e accentrata di elementi più specificamente inscrivibili nella categoria cognitiva della cultura ideale.

In questa specifica zona, più che altrove, troviamo elementi che ci testimoniano di quell'universo fatto di credenze e pratiche che siamo considerati a classificare come religioso o magico ma che più esattamente si dovrebbe classificare come "concezione del mondo e della vita".

Di particolare interesse può risultare una scultura in pietra leggermente colorata che rappresenta tre colli con alla base delle anime purganti avvolte tra le fiamme. Di un certo interesse sono anche alcuni ex-voto anatomici in lamina d'argento e alcune immagini sacre.

La cultura sociale

Anche gli aspetti concreti di quella categoria interpretativa definita cultura sociale possono essere letti in documenti già classificati nelle due categorie appena descritte.

Tuttavia la normativa sociale traspare maggiormente da regole, consuetudini, comportamenti ecc. difficilmente concretizzabili in un oggetto perché solitamente si trasmettono da una generazione all'altra per via orale.

Per questi aspetti della cultura il museo etnoantropologico ha ricercato, archiviato, e, in alcuni casi, pubblicato normative ed usi soprattutto agricolo-pastorali.

Di particolare rilievo sono gli studi intrapresi sulle normative e sulle consuetudini legate alla transumanza interregionale.

I termini dialettali

Il museo ha raccolto, oltre a manufatti significativi delle culture che intende rap­presentare anche molti dei termini dialettali che stavano ad indicare, per ogni area geo­grafica e culturale, gli oggetti esposti.

Qui si propone un breve raffronto per alcuni strumenti e per due aree geografiche abbastanza dissimili.

Termine                     Italiano                                   Abruzzese                              Campano

 

Aratro                                     Lu pertecare                            L' arat

Ascia piccola  J                      u turt'm                                   L'accett

Asciugamano                          La tuvàje                                 A tovaglia

Barile                                      Lu varòaile                              O varril'

Basto                                     Lu mmàsc'te

Bilancino                                La velanzòle                           A valanz'

Bottiglione                             Lu carrabbàune                       0 buttiglione

Brusca                                    La brusc'che

Calzettoni di lana                   Le chetùrne

Catino                                    Lu vacciòaile                          O vacile

Cavatappi                               Lu tirabbusciòne                     O tirabusciò

Cestone                                  Lu cesc'tàune                          A sporta

Conca                                    La cònghe                               A copella

Culla                                      La cùnnele                              A connola

Falce                                      La fàice                                   A fav'ce

Falce                                      La fàigie                                 A fav'ce

Finimenti                                Le uarnemìente

Formaggio                              Lu càsce                                  O ccaso

Frusta                                     La scrujàzze                            O scurriale

Grembiule                               La màndiere                            U mant'sin

Imbuto                                               Lu muttélle                             O 'mmute

Madia grande                         La màise                                 A fazzadora

Mortaio di legno                    La pòaile                                 O pisaturo

Orcio                                      Lu cicenélle                            O cec'ne

Roncola                                  La ronghe                               A rongola

Salvadanaio                            Lu caserìelle                            O carusiell'

Sasso   La préte                      O ciesc'

Segone                                    Lu sc'tùacche                          O serracchio

Spazzola                                 La scupétte                             A scopetta

Tostacaffe                              Abbrùsc'ca-cafe                      Abbrustulaturo

Trapano                                  Lu vìerdie                               A vriale

Uncino di legno                     L'ungiòaine de légne              O`ncino

Vaglio                                    Lu cruvellàune                        O crivo

Il frantoio                               Cindimmolo

 


 

 

Bibliografia

 

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[1] E’ questo probabilmente anche il motivo che spiega lo scarso fiorire di musei dell'archeologia industriale che sarebbero il naturale completamento di quelli che abbiamo definito della `cultura o civiltà contadina'.

 

[2] Il termine cultura ha avuto una serie di definizioni spesso non coincidenti.

La definizione che meglio sposa le necessità teoriche e metodologiche di un moderno museo etnologico si può elabo­rare partendo dalle note osservazioni sul folklore contenute negli scritti gramsciani.

Quindi cultura va intesa

Nel caso di un museo etnologico, ovviamente, sono da considerare rilevanti gli aspetti tradizionali della cultura, quelli che più spiegano il rapporto tra l'uomo e la natura, tra l'uomo ed il prodotto della sua attività, quelli meno soggetti a condizionamenti esterni.

 

[3] Per esposizione fisica si intende la presentazione concreta dei documenti al visitatore che può solo seguire uno o più percorsi predisposti.

La esposizione fisica é fissa ed immutabile, a meno di spostamenti degli oggetti.

Alla esposizione fisica si può affiancare, per migliorare la fruibilità dei documenti e per veicolare altri messaggi, una presentazione fatta con mezzi altri dalla pura esposizione del documento, cioè con schede di lettura, filmati, diapositive, presentazioni su schermo di computer ecc.

 

[4] La preferenza data, in ambiente pastorale, al legno come materia prima per stoviglieria ed attrezzature è dovuta, oltre che alla sua relativa economicità e facilità di lavorazione autonoma artigianale, al fatto che i prodotti ottenuti sono più leggeri e meno fragili di quelli realizzati in terracotta e quindi si prestano bene ai continui spostamenti .

[5] In effetti, poiché il fuso è fatto generalmente di legno, materiale deperibile con il trascorre degli anni, si ritrova solo la rondella che funge da volano, fatta di materiali più duraturi come l'argilla, la pietra o l'avorio.

[6] Nei telai

Ultimo aggiornamento Sabato 28 Luglio 2012 20:09